Il nostro modo essere

Mi sono resa conto che ogni volta che leggo un libro mi arrivano ulteriori delucidazioni rispetto al mio modo di essere. Ritrovandomi anche a leggere altre relazioni da me fatte, scrivo quasi sempre che l’adulto dovrebbe dar voce al bambino nel senso che i bambini seguono il loro istinto, sono curiosi, non hanno paura, sono senza maschere. Ma non è propriamente così, dipende sempre da quanto si è stati lasciati liberi di muoversi, di esplorare, dipende dal modo in cui girandoci a guardare dietro di noi trovavamo quello sguardo che ci approvava, che ci stimolava ad andare avanti, quello sguardo che ci diceva “vai! Se cadi io sono qua!”

La nostra natura originariamente, secondo Maslow, non sembra essere malvagia, e tutti i nostri bisogni e le nostre emozioni sono considerate neutre, buone. Ne consegue che i nostri impulsi distruttivi o violenti, derivino da una reazione contro la frustrazione per non aver compiuto o soddisfatto dei nostri bisogni, o espresso delle nostre emozioni. Tutto questo reprimere può portare alla malattia o a alla nevrosi. Tutto questo viene registrato nel nostro inconscio facendoci disprezzare noi stessi.

Mi ha colpito che dentro di noi esiste un altro tipo di coscienza che è la “coscienza intrinseca”, la nostra coscienza sa che dentro di noi c’è la nostra vera natura e che spesso noi ci adattiamo alla società, alla famiglia, alle convenzioni andando contro il nostro vero modo di essere. E’ da li che percepiamo di aver fatto torto a noi stessi iniziando a disprezzarci, senza realmente sapere perché, mettendo in atto una nevrosi. Alcune persone trovano il coraggio di andare a vedere da dove nasce questo malessere proprio perché sentono di non aver compiuto quello che sentivano interiormente o di non aver ricevuto quello che ritenevano un bisogno. Tutto questo può arrecare dolore, ma è solo attraversando il dolore e non reprimendolo che si arriva allo sviluppo di sé stessi. E se ogni singola persona decidesse di fare un lavoro interiore, non solo ne gioverebbe chi ci sta intorno, ma la società stessa, perché non sarebbe più una società malata, se tutti avessimo il coraggio di far emergere la nostra parte sana, di andare a riconoscere i nostri bisogni, sarebbe sicuramente un mondo migliore.

Rispetto a me stessa spesso sento la necessità di andare a riempire un “vuoto” o come ho scoperto leggendo questo libro, mi sento “carente”. Questo desiderio di sicurezza, di affetti, di riconoscimenti o di relazioni d’amore può provocare in me una malattia, che non deve essere necessariamente fisica. Se io non ho avuto soddisfatte i miei bisogni di base che vanno dalla sicurezza, al riconoscimento, all’affetto non posso avere una buona motivazione che mi porta ad andare verso una sana autorealizzazione, ma sarò sempre alla ricerca di soddisfare i miei bisogni primari. Il mio sarà sempre un bisogno di sentirmi gratificata, a differenza di chi invece ha un “accrescimento” interiore che tenderà più facilmente verso l’autorealizzazione. Ma, per la mia esperienza, se io entro in contatto con questi bisogni posso diminuire la mia carenza, non le vedrò più come minacce ma posso iniziare a soddisfarli interiormente ascoltando sempre di più me stessa e far emergere un altro bisogno più elevato da soddisfare. Ogni volta che giungo ad un traguardo il mio benessere è un benessere momentaneo, sicuramente sono spinta ad andare avanti per esaudire altri bisogni più elevati, il piacere lo provo in tutto il percorso, con alti e bassi, e sicuramente tutto questo mi porta ad un accrescimento di autostima e di ulteriori gratificazioni e quindi del mio pensiero positivo. I miei bisogni ora sono tutti tendenti al mio personale riconoscimento e a riconoscere e percepire a livello fisico sempre di più il mio piacere interiore che mi porta ad andare verso mete più alte, ma è un lavoro continuo, costante.

La mancanza di “accrescimento” ricade sull’ambiente, perché una persona carente ha bisogno di sentirsi soddisfatto da altre persone, da situazioni esterne e quindi si sentirà sempre riconoscente verso chi gli fornisce la giusta gratificazione, si sentirà sempre dipendente e obbligato nei confronti degli altri, a differenza delle persone che sentono dentro di loro questa gratificazione e saranno sicuramente più indipendenti, più autosufficienti, non avranno bisogno del benestare altrui e quindi vivranno in maniera meno ansiosa, più autonoma e non sentiranno ostilità verso le persone e il mondo.

Un punto che mi ha colpito è stata la dipendenza dalle altre persone. Mi spiego, Maslow afferma che la persona dipendente e quindi carenzialmente motivata non vede l’individuo nel suo essere unico e diverso, non vede l’altro per quello che realmente è, ma lo percepisce solo dal punto di vista della sua utilità, utilità intesa come miglioramento del suo proprio benessere, non fa differenza chi ci offre ammirazione, li utilizziamo come strumenti atti a soddisfare la nostra carenza. Questa cosa in passato mi capitava spesso e non era neanche facile rendermene conto, chi mai poteva pensare che in realtà la persona che avevo di fronte non la vedevo proprio, ho dovuto lavorare tanto su di me per scoprire questo mio “usare” gli altri, ora che mi sento meno carente questi meccanismi li noto negli altri e un po’ meno in me stessa, o quanto meno riesco a riconoscerli. Percepisco quando non vengo vista come persona, come essere umano con le mie debolezze, e certo questo non mi piace. Questo vale anche per quanto riguarda il bisogno d’amore, se io sono una persona carente vivrò il rapporto con l’altra persona in maniera ansiosa, egoistica, la mia felicità dipende dall’altra persona, non riesco a goderne e sono meno capace di dare, ma voglio solo ricevere, questo perché devo riempire un vuoto, un buco. Dall’altra parte, le persone “sane” sono quelle che non hanno l’esigenza di riempire, hanno meno bisogno di ricevere e quindi amano di più, sono più indipendenti, meno gelosi e sono pronti ad aiutare l’altro ad auto realizzarsi.

Cosa succede al nostro Sé quando non ci sentiamo amati o accettati? Da dove nasce il nostro desiderio di sperimentare altro, o come riusciamo ad accrescere in noi la voglia di auto realizzarsi? Vediamo se riesco a spiegarmi: un bambino sano vive e gioisce in maniera spontanea di tutto ciò che fa, non ha uno scopo preciso o una meta da raggiungere, ma vive semplicemente quello che accade. Dopo un po’ quando ha fatto suo quel determinato piacere o gioco, ha voglia di andare a sperimentare altro, inizia realmente a capire cosa gli piace o cosa non gli da piacere, le sue scelte partono dall’interno verso l’esterno, inizia in maniera spontanea a sperimentare, ad esplorare e a godere senza alcuna aspettativa, stando semplicemente nell’ascolto del suo essere, portando tutto questo ad un divenire, ad ulteriori piaceri più elevati. Perché allora per alcuni bambini è così difficile crescere? Perché si ha paura di rischiare o di perdere  ciò che si possiede, o si ha paura dell’indipendenza, si ha paura della separazione? Qui entra il conflitto tra quella parte di noi che ci spinge ad andare avanti e quella che invece vuole restare protetta, non ci sentiamo più liberi di scegliere. Quando perdiamo il nostro Sé? Quando siamo piccoli il sentirsi amati, approvati, ammirati e rispettati da altre persone, è di vitale importanza proprio perché danno sicurezza, cibo, amore; il pensiero di perderli è terrificante. Perciò il bambino, se è posto di fronte ad una scelta tra le proprie esperienze piacevoli e l’esperienza del sentirsi approvati da parte degli altri, sceglierà l’approvazione, andando a rimuovere le esperienze piacevoli disapprovandole o vergognandosi anche solo all’idea di volerle provare, non sarà capace più di sperimentare. In questo caso il Sé del bambino e il suo accrescimento è stato messo da parte, abbandonato perché la sicurezza per loro è molto più importante. Il bambino impara ad essere diverso perché gli altri desiderano che lui sia diverso. Tutto questo porta a respingere la sua parte vera, la sua parte vitale, i suoi sentimenti, le sue radici, è come se si trovasse privo di Sé. Avendo rinunciato a se stesso quando crescerà svilupperà uno pseudo-sé che sarà un sé senza desideri, sarà forte, amato, si muoverà nella vita, ma tutto questo non lo porterà a gioire o godere ma semplicemente a sopravvivere perché non sarà la sua vita ma solo un meccanismo di difesa, dentro di lui emergeranno comunque i suoi bisogni  e i suoi conflitti.

Perché ho voluto scrivere questo, perché è importante per me chiarire dentro me stessa i miei conflitti, ma per fortuna ho voluto dar voce a questi conflitti, ho voluto ascoltare quella parte vera di me che spingeva per uscire fuori e che il chiedere aiuto non significa essere deboli, ma significa che la mia parte adulta ha iniziato a dare ascolto a quella voce interiore, a quella parte bambina che voleva essere ascoltata e accettata, rispettando i suoi tempi, senza costringerla ed è per questo che ho cercato situazioni che mi hanno aiutato a muovermi, a crescere, a consapevolizzare i miei bisogni, ripartendo dalle basi e ritrovando la mia base sicura, la mia sicurezza e ogni volta che avrò soddisfatto un bisogno vivendolo nel processo sarò pronta per evolvermi.

Ma è anche vero che spesso si ha paura di scoprire le nostre risorse o il nostro modo di essere perché allora dovremmo agire e quindi spesso si preferisce non venire a conoscenza del nostro essere più profondo, non ci conviene prenderci la responsabilità. Il problema del conflitto nasce proprio quando la nostra parte istintuale ci suggerisce cosa è meglio per noi in quel momento, ma il ruolo che noi abbiamo assunto c’è lo impedisce, ed li che nasce la lotta ed è proprio quello che ci impedisce di aspirare ad altro. Questi soggetti, tra cui io in prima persona, non gioiscono delle piccole cose, vivono tra alti e bassi il processo nelle cose che fanno, pensano solo ad arrivare alla meta finale e una volta arrivata non né godono come invece le persone “sane” che vivono tutto quello che fanno in maniera armoniosa, che sono contenti se la persona con cui entrano in relazione sono soddisfatte dei loro obiettivi, proprio perché il loro star bene è innato dentro di loro, la loro autostima non dipende da altri, quando vivono le loro esperienze le vivono pienamente, mettendo in atto tutte le loro capacità, sono responsabili verso se stessi e attivi rispetto alla loro creatività, la loro autodeterminazione gli parte da dentro, sono connessi con loro stessi.

Cosa vuol dire autorealizzazione? Qui non si parla di lavoro, ma di vita, di un modo di interagire con il mondo che ci circonda. Potrebbe voler dire uno sviluppo della personalità che rende libera la persona dai problemi carenziali del suo passato rendendola capace di affrontare i problemi reali dell’esistenza. Quindi potrebbe voler dire “agire” affrontando in maniera diversa le situazioni che si vengono a creare. Forse sentirsi auto realizzati significa integrare la nostra parte spirituale e meditativa, percependo l’essenza della vita, aperti al mondo con l’altra parte che prende decisioni, che si muove nella vita con le azioni, con l’essere pratici. Questo può portare anche alla creatività intesa come far emergere quella parte infantile di noi che non si preoccupa del giudizio altrui, che non ha paura di non piacere, mettendo in risalto la nostra personalità, il nostro coraggio, la nostra spontaneità. Se noi ci sentiamo integrati interiormente non si ha bisogno approvazione e di accettazione, se siamo integrati dentro di noi lo saremo anche rispetto al mondo. La creatività avviene molto di più nelle persone di media cultura, perché la loro creatività non è un modo per apparire o per restare fissi in alcuni ruoli che si adattano alla società, per loro creatività è nella semplicità e amorevolezza in tutte le cose che fanno, forse si ascoltano molto di più dentro di loro, riescono ad affrontare le situazioni difficili con meno paura e rigidità.

By |2021-03-01T12:47:20+00:00Marzo 1st, 2021|Senza categoria|0 Comments

About the Author:

Sono Lizi Paragano, artista dei colori dedita alla creazione di Mandala, lavorando sui quali ho sentito, giorno dopo giorno il cambiamento e la consapevolezza di me stessa.

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